di Annarita Petrino
Verso la XLVI Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
"Bisogna
testimoniare con coerenza il Vangelo
anche
nel proprio profilo/avatar digitale."
Le parole che
il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato nel messaggio per la XLV
Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali portano a fare una seria
riflessione su cosa significhi oggi testimoniare con coerenza il Vangelo.
Nel corso dei secoli la storia dell'uomo si è snodata tra la
sfera privata, che normalmente riguarda l'ambito famigliare e quella
pubblica, in cui rientrano il lavoro e le relazioni sociali. Le prime
comunità di cristiani si distinguevano per un diverso modo
di vivere, che coinvolgeva tutte le sfere della persona, da quella
pubblica a quella privata. Questa era la novità che li faceva
apparire diversi: la fede in Gesù Cristo informava tutta la
loro vita, li coinvolgeva in maniera completa. Le istanze moderne,
invece, vorrebbero la fede cattolica ridotta a un fatto puramente
privato con gravi ed evidenti ripercussioni sulla società.
Oggi il discorso viene reso più complesso dall'esistenza di
una terza sfera, quella digitale, che pone problematiche su cui anche
la Chiesa cattolica si sta interrogando. Il problema, dunque, se così
possiamo chiamarlo, è che oggi, a differenza che nel passato,
l’uomo ha una triplice esistenza: privata, pubblica e digitale.
Questi tre aspetti sempre più vanno sfumando in un'unica esistenza,
facendo assumere alla questione della coerenza nuove sfaccettature.
Essere "coerenti" è qualcosa da sempre richiesta
a tutti ed è noto che al cristiano è chiesto di evangelizzare
non con la parola, ma con l'esempio.
A questo punto dobbiamo chiederci: come essere coerenti nel nostro
profilo digitale, secondo l'esortazione del Santo Padre? La rete offre
molte opportunità, ma ha anche non pochi lati oscuri e c'è
chi vi conduce un'esistenza alla Dottor Jekill e Mr. Hide. Come strutturare,
dunque, questa terza sfera dell'esistenza? Proprio per questo suo
integrarsi sempre più con il resto della nostra vita, essa
non può che avere come basi quelle della vita reale. L'uomo
moderno si trova, in maniera più o meno consapevole, a fare
un upload di se stesso nella rete, ma quanto di sé trasferisce
effettivamente nella rete? Le parole di Benedetto XVI pongono l'accento
proprio sul fatto che la vita virtuale, che l'individuo conduce in
rete attraverso avatar e profili vari, non può essere che collegata
anche alla propria vita spirituale. Bisogna, cioè, "caricare"
in qualche modo la propria fede su internet. Una sfida certo non facile,
ma possibile, perché rientra in quell'impegno a cui sono chiamati
i cristiani. La nuova evangelizzazione o e-vangelizzazione richiede
proprio questa coerenza di fondo, questo modo di pensare e di vivere
"cristiano", non solo nella realtà, ma anche nella
rete. Ecco perché il Signore suscita persone che sappiano lavorare
nella “messe” digitale. Quest'ultima non presuppone automi
lavoranti che la tradizione della fantascienza ci ha presentato con
il nome di robot e, più in là, di cyborg. Essi sarebbero
ancora qualcosa di “reale”, di “fisico”, quindi
non associabili agli Avatar, che sono i veri lavoranti della messe
digitale. Presuppone, invece, persone, cristiani, che sappiano stare
nella rete e lì rendere testimonianza della loro fede. Avatar
che, in qualche modo, siano cristiani.
Nella vita virtuale molto è lasciato alla maturità della
persona e al suo libero arbitrio. Più la persona è in
pace con se stessa, serena, matura e completa, più il suo profilo
sarà lo specchio di ciò che realmente è: si può
essere veri su internet solo se lo si è nella vita reale. È
questo il dato oggettivo su cui riflettere: quanto siamo veri, e dunque
coerenti con la nostra fede, nella vita reale prima ancora che in
quella virtuale?
Pubblicato su
L'Araldo Abruzzese, settimanale della Diocesi di Teramo-Atri
http://www.araldoabruzzese.net/